
Il termine identifica la riproduzione, l’imitazione dei prodotti agroalimentari di casa nostra. All’estero, specie fuori dai confini dell’Unione europea, molti nostri prodotti agroalimentari vengono infatti copiati utilizzando nomi che ricordano il nostro Paese come per esempio il Reggianito argentino.
Per combattere queste forme di pirateria si è pensato, tra l’altro, di rivolgersi all’Unesco.
La pasta Teresa, il formaggio Cambonzola e l’olio d’oliva Fra Diavolo: sono solo alcuni dei tesori della tavola italiana che vengono imitati all’estero. Questa forma di copiatura si chiama agropirateria ed è un fenomeno conosciuto da tempo. In Italia il problema è sotto controllo, anche perché i prodotti a denominazione di origine sono protetti dalla legge. All’estero, invece, soprattutto al di fuori dell’Unione europea, è molto più difficile proteggere le produzioni italiane da queste imitazioni, che nel complesso valgono migliaia di miliardi.
Uno dei casi più singolari è quello del salame di Felino, in provincia di Parma. Questo salame viene prodotto in Francia ed esportato addirittura nella lontana Malesia. Un altro raggiro riguarda la nostra bandiera: il tricolore sventola su pomodori pelati argentini, su pasta straniera di grano tenero e perfino su un Parmigiano Reggiano giapponese!
Mentre nel nostro Paese c’è una rincorsa ai termini inglesi, anche nel settore agroalimentare, per cui si parla di Made in Italy o di Italian food, all’estero, hanno capito che la chiave vincente parlando di alimentazione è la lingua italiana. Belvedere, Venezia, Lucia, Primavera, Ortolano, Gemma: sono esempi di marchi usati per ingannare i consumatori stranieri, convincendoli che il prodotto abbia una qualche derivazione italiana.
Un altro aspetto molto grave è che gran parte delle imitazioni parte dai Paesi della Unione europea per poi essere vendute in tutto il mondo.
Passando ai singoli prodotti, l’imitazione più frequente tra i vini consiste nell’uso del nome di nostri vitigni, come Sangiovese e Barbera, o addirittura di alcune denominazioni, come Chianti e Marsala, che diventano marchi commerciali. I formaggi e i salumi italiani sono tra i prodotti più imitati: si va dall’uso dei nomi tradizionali (come ricotta, gorgonzola o mozzarella) all’imitazione dei nomi stessi, come nel caso del cambenzola, prodotto in Germania e poi esportato nel mondo. Sui salumi, grazie anche alle limitazioni alla importazione di prosciutto e insaccati di provenienza europea, Stati Uniti e Canada hanno agito indisturbati, registrando marchi come Parma Ham, Daniele e Daniele Ham.
Per le imitazioni della pasta italiana c’è l’imbarazzo della scelta, e ovviamente si tratta di prodotti che nella maggioranza (se non nella totalità) dei casi usano il grano tenero, nemico della pasta di qualità. Si va dall’uso di nomi tradizionali (spaghetti, maccheroni o lasagne) a marchi che richiamano l’Italia (pasta Festa, pasta Primavera). Queste riproduzioni sono purtroppo diffuse anche nell’Unione europea.
Per combattere l’agropirateria il Ministero per le politiche agricole ha istituito un gruppo di lavoro che ha valutato tutte le principali truffe e imitazioni, con l’obiettivo di formulare delle proposte per proteggere il nostro patrimonio agroalimentare.
Le proposte riguardano l’Organizzazione mondiale del commercio, l’Unione europea e l’Unesco (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza, la cultura e la comunicazione). Proprio quest’ultima – che già protegge alcuni monumenti e luoghi importanti del mondo come patrimonio dell’umanità – ha deciso di tutelare anche il Patrimonio mondiale orale e immateriale dell’umanità.
Un modo per difendere canzoni popolari, tradizioni teatrali e altre forme espressive che rischiano di scomparire. In questa lista l’Italia ha proposto l’inclusione di alcuni prodotti agroalimentari, che con la loro storia e l’intero processo produttivo rappresentano un patrimonio dell’esperienza popolare.