
Nella brutta stagione la natura riposa, quasi fosse in letargo, e i lavori agresti sono pochi. Tradizionalmente l’uomo dei campi dedica questo primo periodo dell’anno a una serie di osservazioni e di riti da cui trae pronostici e auspici per la prossima annata agraria.
D’inverno, quando la neve copre i campi e la sera scende presto, sembra che la natura sia scesa in un lungo letargo. Ma non per questo i lavori in campagna si arrestano completamente. Anzitutto, bisogna sapere come sarà la nuova annata: se sarà piovosa o secca; quali mesi saranno piovosi e quali no... Insomma bisogna cercare di conoscere l’andamento meteorologico dell’intero anno successivo. Per fare questo c’era una serie di tecniche tradizionali, alle quali l’uomo dei campi guardava con la stessa fiducia che oggi si pone alle fotografie dai satelliti.
Un pronostico un po’ generico ma molto semplice era il seguente. La mattina del primo dell’anno si prende uno zoccolo e lo si fa rotolare giù dalla scala: se si ferma diritto tutte le cose andranno bene durante l’anno; se si ferma rovesciato, allora ci sono guai in vista.
Un altro pronostico generico lo si ha dalla prima persona che si incontra: se si tratta di un uomo, allora l’anno sarà fortunato; se si tratta di una donna sarà un’annata senza fortuna; se si tratta di un prete ci sarà addirittura un morto in famiglia.
Più dettagliato è il pronostico che coinvolge i primi dodici giorni dell’anno. Si fa coincidere con ogni giorno un mese: gennaio con il giorno 1; febbraio con il giorno 2 ecc., poi si esamina con cura il tempo che fa durante questi giorni. A seconda che il giorno sia sereno, piovoso, ventoso ecc., altrettanto sarà il corrispondente mese. Altri pronostici possono essere tratti dal bruciamento del falò la sera dell’Epifania (6 gennaio). Dopo che il grande falò è stato acceso, dal suo modo di bruciare, dalla sua durata e dalla quantità di ceneri che lascia si possono trarre auspici.
Non ci si contenta solo di osservare gli auspici, ma si cerca anche di attivarsi affinché l’annata sia propizia. Così il 17 gennaio, giorno dedicato a S. Antonio Abate, si portano in piazza alla benedizione i trattori e le macchine che servono alla campagna. Una volta si portavano sul sagrato della chiesa gli animali da lavoro (mucche, buoi, cavalli) e si facevano benedire insieme con i loro finimenti e con il sale pastorizio che veniva somministrato a tutti gli animali della fattoria. Pronostici potevano essere tratti anche il giorno della conversione di San Paolo (25 gennaio) che nelle campagne venete viene indicato come San Paolo di segni. La sera della vigilia si poneva sul davanzale o sul balcone un catino (o una bacinella) con dell’acqua e la mattina di San Paolo si interpretavano i segni che si vedono sulla superficie ghiacciata del liquido.
Si prendono anche dodici brattee di cipolla, si mettono in fila sul davanzale e si pone in ognuna un pizzico di sale. Ad ognuna di esse si fa corrispondere un mese. Il mattino si esamina con cura il sale e se ne traggono pronostici circa i mesi piovosi e quelli siccitosi.
Un altro rito consisteva nel far benedire le candeline della Candelora (2 febbraio). Queste candeline erano importanti, perché venivano accese quando c’è minaccia di temporale, per tenere lontana la grandine. Oltre che per questo, si possono accendere solo quando qualcuno di casa è in pericolo di vita o se entra in casa il sacerdote col Santissimo. Sono, insomma, un estremo rimedio nei casi estremi. Il giorno dopo, San Biagio, ci si deve far benedire la gola con due candeline incrociate e si resterà immuni da laringiti, tonsilliti, ecc.
Nel veronese, dove la Candelora è chiamata la Çeriola, vi è un proverbio, conosciuto anche in altre regioni, che dice “A la Madona de la Çeriola da l’inverno ghe sen fora – in tra nuvolo e seren, quaranta dì ghe n’en” (alla Madonna della Candelora dall’inverno siamo fuori – tra nuvolo e sereno per quaranta giorni ne abbiamo). E ancora “San Biasio, el fredo el va adagio” (San Biagio, il freddo va adagio).
Bisognava anche fare un rapido bilancio della legna rimasta e del foraggio per gli animali, perché, avverte un altro proverbio “ci vuole tutto il fieno e mezza paglia” prima che si possa fare affidamento sulla nuova erba.
Pian piano le giornate si allungano. La fine dell’inverno è salutata nella Val d’Adige e in altre aree dai maridazzi: squadre di allegri giovanotti girano per i paesi per il calendimarzo (1° marzo), cantando strofe satiriche che sposano ragazze del paese a vecchi o ad animali fra il frastuono di coperchi e latte battuti tra loro. Sono antichi riti di rinascita che salutano il tempo clemente che sta per arrivare. “Voja o no voja, marzo vol foja” (voglia o non voglia, marzo vuole foglia). La rinascita della campagna è annunciata dagli uccelletti “Quando canta la sparinsòla, da l’inverno ghe sen fòra” (Quando canta la cinciallegra, dall’inverno siamo fuori). Ma c’è un sicuro araldo che annuncia che la vita invernale è finita: il cuculo… “Quando canta il cucco/un giorno molle e l’altro asciutto”. Il suo cu-cu è il segnale che occorre iniziare i lavori: “Quando canta el cuco gh’è da far dapertuto” (Quando canta il cuculo c’è da fare dappertutto).