
I topi campagnoli (arvicole e topi selvatici) possono arrecare gravi danni alle colture erbacee e arboree nel frutteto, bosco, campo, orto, giardino. Scavando intricati sistemi di gallerie e rodendo le radici delle piante, essi ne compromettono la crescita e ne provocano la morte nei casi più gravi.
Durante il periodo invernale, in molte zone d’Italia le coltivazioni arboree ed erbacee vanno soggette a danni, localmente anche gravi, provocati dai topi campagnoli, termine generico con il quale vengono indicate diverse specie di piccoli mammiferi roditori presenti nelle nostre campagne. Fra quelli più deleteri ricordiamo l’arvicola campestre (Microtus arvalis), specie diffusa nelle regioni del nord-est, l’arvicola del Savi (Microtus savii) e il topo selvatico (Apodemus sylvaticus), diffusi praticamente in tutt’Italia. Essi assomigliano per dimensioni al topolino domestico, dal quale però si distinguono per alcuni caratteri esteriori che – nel caso delle arvicole – evidenziano un adattamento alla vita sotterranea (corpo tozzo, orecchie piccole, zampe e coda corte), e per la presenza di una coda rivestita di peli brevi e, naturalmente, per il diverso ambiente frequentato e le diverse abitudini di vita.
Si tratta in generale di piccoli roditori mediamente prolifici, che vivono in gruppi nelle aree coltivate o in prossimità di esse (la parola arvicola deriva dal latino arvum = campo e colere = abitare) e sono tutti più o meno caratterizzati dall’attitudine a scavare nel suolo fitte reti di gallerie comunicanti che sboccano all’esterno mediante fori di forma quasi circolare di circa 3 cm di diametro. Prediligono i terreni non lavorati, sciolti o di medio impasto. La massima popolazione si riscontra generalmente in novembre-dicembre. La loro presenza si distingue dalle infestazioni di talpe che sono caratterizzate dalla presenza in superficie di cumuletti di terra di riporto senza evidenti fori di accesso alle gallerie sotterranee. I loro nemici naturali sono i mustelidi (tassi, donnole, faine, martore), la volpe, uccelli rapaci diurni (falco, poiana) e notturni (gufo, civetta, barbagianni), i serpenti e il gatto.
Le arvicole sono animali strettamente vegetariani, che si nutrono di erbe coltivate e spontanee, radici carnose,tuberi, rizomi, semi, ecc. Il topo selvatico è onnivoro, potendosi nutrire di vegetali, ma anche di insetti e molluschi gasteropodi terricoli. Le arvicole, in particolare, divorano completamente l’apparato radicale delle piante erbacee e i cespi di cereali e ortaggi come sedano, carciofo, finocchio, cavolo, aglio, cipolla, radicchio, lattuga, ecc. Durante il periodo autunno-invernale (da fine ottobre a marzo) esse attaccano anche gli alberi da frutto nutrendosi della corteccia delle radici e del fusto. Possono provocare in tal modo vistose erosioni fino a qualche decina di centimetri sopra il colletto (punto di inserzione tra il fusto e la radice), compromettendo la crescita delle piante e nei casi più gravi portandole alla morte. Fra le colture da frutto particolarmente danneggiati sono il melo, il pero, il pesco, l’actinidia, gli agrumi; particolarmente dannosa per i fruttiferi è l’arvicola del Savi. I danni maggiori si hanno sulle piante giovani nelle quali l’intero apparato radicale può essere roso con inevitabile morte delle piante stesse.
Negli alberi adulti i danni possono essere localizzati su una sola parte delle radici con conseguente riduzione della vigoria, senza tuttavia che ne venga provocata la morte. Sulle piante da frutto i danni fatti nel periodo invernale si evidenziano alla ripresa vegetativa con il mancato o stentato germogliamento: la semplice osservazione delle radici rende evidente la mancanza della corteccia ed il legno nudo presenta chiaramente i segni lasciati dai denti di questi piccoli roditori. Nel melo sono particolarmente colpiti i portinnesti della serie EM ed MM che hanno radici superficiali ed una corteccia radicale molto spessa; i franchi di melo e pero sono meno appetiti ed ancor meno i portinnesti di cotogno.
Nei frutteti inerbiti effettuate periodici sfalci curando di mantenere l’erba quanto più bassa possibile. Evitate di accumulare l’erba tagliata sotto le piante da frutto, poiché i roditori possono trovarvi un ambiente favorevole, e possibilmente ricorrete alla trinciatura del cotico erboso. Per lo stesso motivo, in occasione delle concimazioni organiche spargete accuratamente il letame evitando di accumularlo in prossimità dei fusti degli alberi. Le lavorazioni del terreno sarebbero in teoria una pratica molto utile, poiché devastano i nidi e i cunicoli; durante la loro esecuzione molti roditori vengono uccisi e gli individui che sopravvivono tendono a spostarsi negli incolti. Tuttavia l’inerbimento dei frutteti presenta una serie di vantaggi ai quali è difficile poter rinunciare.
Nel periodo primaverile-estivo in occasione degli sfalci o delle lavorazioni del terreno fate sempre attenzione alla presenza dei fori di uscita delle tane per poter prendere le successive precauzioni nel periodo autunnale e invernale, quando questi roditori compiono i danni maggiori sull’apparato radicale delle piante.
Date preferibilmente la precedenza agli interventi con minor impatto sull’ambiente; ricordate che l’impiego di prodotti chimici deve essere considerato come ultima alternativa nei casi di infestazioni massicce. Infatti questi piccoli roditori vengono predati da numerosi animali selvatici che, cibandosi di un animale avvelenato, possono essi stessi cumulare dosi più o meno letali.