
Già prima del 1856, anno della scoperta delle leggi della genetica da parte di Mendel, gli agricoltori cercavano di perfezionare le proprie colture mediante una forma alquanto empirica di miglioramento genetico. La riproduzione controllata consisteva infatti in una sorta di selezione, grazie a incroci naturali e mutazioni, delle piante migliori per giungere ad esemplari dalle caratteristiche produttive o qualitative più marcate.
L’applicazione di tecniche scientifiche per ottenere un miglioramento genetico risale a circa un centinaio di anni fa. Si perseguivano uniformità di produzione, conservabilità e, prioritario, resistenza alle malattie. A questi obiettivi in seguito si sono aggiunti i caratteri più richiesti dal mercato, come la forma, la resistenza della buccia o la stagionalità di produzione.
La prima importante evoluzione in termini di qualità e produttività si è avuta con l’ottenimento degli ibridi F1, più precoci rispetto alle generazioni precedenti, dotati di una miglior resistenza ai parassiti e capaci di produrre più bacche.
Forma, colore, gusto... L’attività di miglioramento genetico ha moltiplicato negli ultimi anni le tipologie di pomodoro da mensa disponibili sul mercato. Le numerose varietà locali di cui è ricca la nostra penisola hanno infatti l’inconveniente di un tempo di maturazione troppo veloce per poter raggiungere i mercati ortofrutticoli cittadini o la grande distribuzione. Per questo, fino a pochi decenni fa, le bacche venivano raccolte verdi per poter arrivare sui bancali di vendita ancora in condizioni idonee alla commercializzazione, penalizzandone però il sapore.
La riscossa del pomodoro è partita con l’introduzione di caratteristiche di prolungata conservabilità, grazie all’affinamento delle tecniche di ibridazione che ha portato a una più ampia commercializzazione di pomodori rossi, sia a frutto singolo che a grappolo.
Dopo il colore, il sapore: oggi i migliori produttori di seme di pomodoro possono proporre ibridi chiamati “supergusto”, molto più ricchi di sapore rispetto alle tipologie a più lunga conservazione. Ai semplici insalatari si sono via via aggiunte diverse tipologie: dai tondi rossi, agli ovali, dai Camone ai Marmande, dai Cuor di bue fino ai recenti mini perino.
Il nostro Paese, grazie alle numerose varietà selezionate da generazioni di orticoltori, ha visto l’evoluzione del pomodoro in una miriade di forme e colori. Lungo tutto il territorio italiano si sono differenziate varie tipologie, adatte alle usanze culinarie del luogo ed entrate poi a far parte della tradizione popolare.
Si è così moltiplicato il numero di varietà locali di pomodoro da mensa quali, ad esempio, il Costoluto di Albenga, Cuor di bue classico, Pera d’Abruzzo, S. Marzano, Locale di Belmonte, Rosa di Sorrento, ecc. Alcune di queste varietà, pur evolvendosi in zone distanti tra di loro, sono molto simili e facilmente confondibili; altre invece mostrano evidenti differenze nella forma, dimensione, colore e sapore del frutto. Alcune, che assumono la denominazione del luogo di origine e diffusione, sono ancora coltivate, spesso relegate agli orti familiari e reperibili soprattutto sui mercati locali per la preferenza loro riservata dai consumatori più esigenti.
Molto interessanti gli studi e le applicazioni della genetica per la salvaguardia di alcuni ecotipi locali di grande pregio, come il Pantano o il Cuor di bue di Albenga, che rischierebbero l’estinzione. Programmi di recupero di queste antiche cultivar locali sono stati avviati al fine di migliorare le loro caratteristiche qualitative, per adattarle ai diversi ambienti di coltura e renderle resistenti ad alcuni dei più diffusi parassiti del pomodoro. Il tutto mantenendo inalterata la tipicità del gusto e delle altre principali caratteristiche qualitative.